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Antonio Bux - Kevlar, nota di Rita Pacilio

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Antonio Bux - Kevlar – Società Editrice Fiorentina, 2016Antonio Bux - Kevlar– Società Editrice Fiorentina, 2016

La raccolta poetica Kevlar di Antonio Bux, divisa in due sezioni: Capitanata e altre poesie e L’oppio di Barba, ci rimanda immediatamente alla musicalità, al suono di un controcanto tra luogo e significato, tra disposizione strofica e ricongiunzione de la chose envolée spostando continuamente il baricentro dalla dottrina ontologica e purgatoriale del mondo ai luoghi fisici e metafisici della coscienza. Musicalità, struttura e spazio (la musique avant toute chose, la musica prima di ogni altra cosa, Verlaine) concedono il suono del senso, o il senso del suono in cui significante e significato sono in continua corrispondenza come compito primario e necessario del poeta. Attraverso l’uso consapevole della metafora, a volte drammatica e sigillata nella sua misteriosa propaggine, si realizza l’atto creativo in cui terrestre e immaginazione offrono un tono privilegiato all’osservazione/celebrazione del reale. La sensibilità dell’autore non si esprime sic et simpliciter per se stesso, ma a nome di tutti gli altri che sono esseri pensanti e viventi nel mondo. Dunque, l’io lirico, la voce parlante di Valéry, supera la consuetudine del linguaggio abitudinario: non un individualismo per fervore creativo, ma un’acutezza di ingegnosa creatività che porta l’individuo-poeta a fondersi indissolubilmente con l’umanità intera. C’è, dunque, una chiara e dinamica consapevolezza della prevaricazione degli oggetti sulle creature, quasi ad accostarsi alla corrente poetica del realismo terminale di Guido Oldani. A tratti la versificazione, mai scontata o abusata, ci persuade, infatti, a concepire l’uomo singolo succube della vicenda cosmica del consumismo (materiale e intellettuale) venendone sopraffatto, inibito. Il simbolismo, come mezzo poetico, stabilisce un rapporto intimo e conciliante con la quotidianità creando una esperienza sensitiva e onirica come maniera di generare, riscrivere in abbondanza i tratti della modernità. Tempo (tempo tra composizione e ispirazione; tempo che smentisce la staticità delle cose e la continuità degli accadimenti), spazio (viaggi e spostamenti geografici tra la Catalogna e la Puglia e il luogo intimo della poesia, il suo paesaggio), vita (coscienza del sé e ruolo immaginario, interiore, incontro/scontro con il quotidiano), morte (i dialoghi con i poeti defunti e la resistenza alla fine grazie all’allegoria del kevlar), memoria (ricordi e sedimentazioni scrupolose della forma) rimangono le tematiche portanti della scrittura di Antonio Bux che sfida con audacia le forme nuove di espressione provocando la piacevole polemica tra etica ed estetica, tra premeditazione e dignità poetica. (Rita Pacilio)



dalla prima sezione “Capitanata e altre poesie”

Ricordo centrale
(Marina di Lesina)

Nella tua ombra passa la mano
il bambino. Passa la mano
come un adulto finito. Ma la tua
ombra vive il miracolo, se sei
tu bambino a rompere il giorno
come ogni volta se torni a scalare
la tua infanzia o se è vecchio perdono
un crescere cieco distrugge noi vivi.


Presso un lido qualunque
lì sulla spiaggia distrutta
Marina di Lesina pareva
una nube. I tuoi occhi
erano la spiaggia.
Nella spiaggia vi erano
persone distanti e bambini
giocavano sul molo aspettando
il ritorno in superficie
della biscia. La biscia erano
i tuoi capelli. Così i tuoi capelli
nel lago di Lesina, sulla spiaggia
arsa di bimbi e di magie nei voli
di aironi stanchi. E le mie gambe
sottili anguille, e le braccia ranocchie.
Eravamo piccini, diventati granelli.
Poi ti ho vista rinascere battigia
adulta nel boschetto anni dopo
quercia a metà d’un polmone di vento.
Eri diventata dell’aria, di tutto il silenzio.
E io tornato a quel lido, spiaggia qualunque.



Vico del Gargano

Noi che disabitiamo i paesi,
ignoriamo la stirpe del borgo
una volta valicati, l’intralcio
salatissimo. La sottospecie vivente
mai umana, è l’avviso: i muri sintetici
il nostro sonoro, di branchi e di grigi
ascoltati all’unisono. Non è un’eco
sostenibile. In paesi come Vico,
dove il bianco è del sole, nasce ogni ora
una luce palindroma. E nessuno più è vivo.
Qualcosa d’aldilà respinge. Ma la cinta
antica dei morti, costringe a restarci.


Uno sparo ha cambiato la corrente.
Non è stato il bosco ma il silenzio
scordato dei passi. Così il ranocchio
ha sentito l’aria girare, ed è impazzito.
E così tutti, insieme pazzi: la formica
più piccola della cava e il fagiano
cacciato dal lago e dall’ultimo cielo
e il pipistrello squilibrato nelle onde
e poi la volpe e poi il bradipo e poi
il serpente rimasto alle squame. Ma
una profondità di campo non fa l’aria,
solo giova alla rosa, imputridendo.
Eppure, nato il verme, comincia
la raccolta. Nato il verme è la pace.
Ma uno sparo sconfigge l’aria e la rosa
col verme impazzisce dal botto. Però
ora la sera non spara. Ora è severo divieto
sparare. A meno che da un rumore
invisibile nasca un nuovo cecchino.
Forse l’uomo, sbagliando bersaglio.



Dialoghi con Rio
(prima parte)

Vedi, Rio, il peschereccio
è sdraiato sul mare. In bilico,
con la fune a torcicollo. Siamo
chiusi come quello. Dalla luce
dell’acqua filtra una murena
muovendosi fa venire fitte
alla visione. C’è odore
di cancrena, arriva dal rivolo
di un rovo spento. Passiamo
ore al mattino, negli occhi
diradando sulla battigia
come vuoti, alghe fetali.
Tu non sai di essere finito
ed io non so la fine come arrivi
se da un profondo mal di schiena
o da un sorriso avvolto nel piombo.
So che farà male, che sarà come
fumarsi una stagnola, tradendo gli altri
cresciuti a pasticche. Dentro il mare
barcheggia il rifiuto, la storia svanita
e altri stupidi esseri facendosi a gara,
ma non si salverà il porto, solo una riva.
Rio, tutta questa fatica, lo sguardo
incagliato alle navi, è per una sponda.
È per una sponda morta, che si erode.



Dalla seconda sezione "L'oppio di Barna"

La Pedrera

Oggi è il palmo grezzo, con il
mortaio a coprire la calce. Tempo fa
avevano smesso, c’erano due mani
a tagliare, non solo foglie di cedro,
ma viti e ramagli. Tra tre inverni
torneranno. Come di neve, quando
il tempo è la luce del mostro.


Era seduto con me Gabriel
Ferrater accanto un cordone
di imbecilli. Erano per lo più
americani, oh yeah, pronti
a gettarsi di sotto dal
cornicetto della Pedrera.
Io non ero tra questi, ero
più morto, mentre l’altro,
Gabriel, spingeva l’aria
davanti a sé e ripeteva:
non voglio puzzare
di città, no quiero
oler a ciudad. Andò
giù. Gli imbecilli presero
a piangere, tornarono
scheletri. Io pensai all’aria
spinta in avanti, a me e al mio
odore italiano. Me ne andai.
Le mura sono l’altro specchio,
una cecità più sotto, demolita.


Casa Batlló

a Pere Gimferrer

Vorrei volare nel ricordo
di quando ero felice ed essere
felice di non ricordare

se non so volare ma solo ho fastidio
dei molti esseri che mi sorvolano
senza di me che non so vivere alto

come loro perché vedo corto
in me attaccato dai troppi ricordi
che non mi fanno felice volando.


Pere Gimferrer
non l’ho mai visto,
però mi ha detto
una volta che Casa
Batlló non esiste.
È un'immagine
di rose cadute,
un giardino tradito.
Gli risposi che da qui
l’aria è una vertigine
misteriosa, soggiorna
e fa luce più sotto.
E questa casa, casa morta,
volta a un emisfero di crani
rimedia il paesaggio
come un gatto miracolato.
La mia risposta non gli
piacque, e scomparve
dietro la mia giacca.
Però ho tradotto cinque
poesie di Gimferrer.
Una proprio davanti
a questa casa. Ne ricordo
ancora la chiusa: Al vertice
dell’aria vivrà l’aria, nel cerchio
a cupole del vento.



Antonio Bux (Foggia, 1982) vive tra la Spagna e l’Italia. Suoi lavori e recensioni sono apparsi in numerose antologie (tra le quali: InVerse 2014/15 - Italian poets intranslation; a cura di Brunella Antomarini, Berenice Cocciolillo e Rosa Filardi, Roma, John Cabot University Press, 2015) e sulle pagine culturali dei maggiori quotidiani nazionali (come “Corriere della sera” e “L’Unita”) oltre che in diverse riviste (tra le quali “Poesia”, “Italian Poetry Review”, “La manzana poetica”) e lit-blog (come Nazione Indiana, Poesia 2.0, Vallejo&Co.) sia nazionali che internazionali, dato che molti suoi testi sono stati tradotti in varie lingue. Ha curato la traduzione del libro Finestre su nessuna parte (Roma, Gattomerlino Superstripes, 2015) dell’autore spagnolo Javier Vicedo Alos, oltre che la traduzione di testi scelti di numerosi autori, tra i quali Leopoldo Maria Panero e Julio Cortazar. Ha pubblicato vari libri (Disgrafie [poesie 2000-2007]; Trilogia dellozero; Turritopsis ; 23 [fragmentos de alguien]; Sistemi didisordine quotidiano; Un luogo neutrale; Sativi; El hombrecomido), due dei quali, scritti direttamente in spagnolo, sono usciti in Argentina. E risultato finalista e vincitore di alcuni premi, tra i quali il premio Iris di Firenze, il premio Minturnae, il premio Lorenzo Montano e il premio “Piero Alinari” 2014. Dirige, per le Marco Saya Edizioni di Milano, la collana “Sottotraccia”, e cura il blog Disgrafie (antoniobux.wordpress.com).



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